Il Forte d'Ampola

Durante la prima metà dell’Ottocento la piana di Storo fu collegata al Trentino da due importanti arterie: negli anni 1829-30 si progettò e costruì la strada delle Giudicarie, negli anni 1844-46 si aprì la strada dell’Ampola. Le nuove opere caricarono di debiti il Comune di Storo che nel 1840 aveva costruito ad esclusive sue spese anche la strada di Baitoni.

Nel 1910, a distanza di oltre 60 anni dall’ultimazione dei lavori, il Sindaco di Storo Ermenegildo Scaglia espone alla Dieta Provinciale di Innsbruck l’indebitamento del suo Comune a seguito della costruzione di nuove strade. Eppure esse – a detta di un visitatore degli inizi del nostro secolo – non riuscirono a togliere la zona dall’isolamento. Obbligarono invece l’Austria, padrona della regione dal 1815, a sbarrare con una serie di fortificazioni, i passi che da questa valle portano verso Trento. A correre ai ripari il governo di Vienna fu indotto anche dalla facilità con cui i Corpi Franchi nel 1848 erano penetrati in Trentino.

All’estremità nord della Valle del Chiese, lungo la statale del Caffaro sulla direttrice Condino-Tione, furono costruiti fra il 1860 e il 1862 tre forti (Larino, Danzolino e Revegler) presso Lardaro, in una posizione eccezionale che dall’alto domina d’infilata tutta la valle fino al lago d’Idro (ad eccezione di Storo, nascosto dalla visuale da Lardaro).

Sempre nel 1860 venne eretto il Forte d’Ampola che, a 4 km. da Storo verso est, sbarrava l’altra strada verso Trento in un punto estremamente favorevole della gola. Era detto anche forte Glisenti, dal cognome della famiglia proprietaria di fucine situate in zona.

La Relazione Ufficiale Italiana della guerra del 1866 lo descrive così: il forte è fatto di "un blocco stradale di pietra, a prova di bomba, con due cannoniere, e d’una caserma difensiva di eguale fattura, i quali due edifici sono separati da un cortile murato, con due porte, attraverso le quali passa la strada – aperta nel 1846 – che sale da Storo verso la Valle di Ledro. Il blocco è armato di due obici lisci di 130 mm". La descrizione è confermata dai dipinti garibaldini e da una rara fotografia scattata prima della demolizione avvenuta pochi anni dopo la guerra del ’66.

Non ho ancora trovato in quale preciso anno. Ottone Brentari verso il 1890 scrisse: "Ora non esiste quasi più nulla. Ove sorgeva venne fabbricata nel 1881 una casa". Nel 1909, Cesare Battisti, scrivendo la sua Guida delle Giudicarie annota: "Ora non si vedono che pochi sassi". Le macerie sono oggi in gran parte coperte da arbusti e zolle, qualcuno pensa erroneamente che i resti del forte siano i ruderi nei pressi del ponte o addirittura la casa eretta nel 1881 e restaurata qualche anno fa.

I garibaldini arrivarono per la prima volta al confine del Caffaro il 24 giugno ed entrarono in Storo due giorni dopo. Garibaldi pose il quartier generale in casa Cortella il 13 luglio. Da qui egli diresse personalmente le operazioni di accerchiamento e di attacco del Forte d’Ampola.

Riviviamo la vicenda della presa della fortezza seguendo due filoni di testimonianze: quello delle memorie popolari di Francesco Cortella, Giovanni Rinaldi e Bortolo Scalvini e quello delle cronache dei giornali dell’epoca. Il quadro sarà completato con qualche passo tratto dalla letteratura garibaldina.

Le cronache popolari

Il cannoneggiamento della fortezza fu deciso da Garibaldi la mattina del 15 luglio, dopo che il Generale ebbe ispezionato l’imboccatura della Val d’Ampola con Ergisto Bezzi. Il bombardamento iniziò la mattina del 17.

Il maggiore Dogliotti, al quale fu assegnato il cannoneggiamento, mise in azione 12 pezzi, 6 da montagna e 6 da campagna. Alcuni di essi furono trascinati sulle montagne, sovrastanti la gola dell’Ampola. Di notevole rilevanza strategica si dimostrò il Monte Croce (Capetél da Crus, a quota 811 m.) perché al di fuori del tiro nemico: le bocche del forte erano basse e da esse si poteva tirare solo nella valle.

L’artiglieria italiana distrusse ben presto tutto il tetto della fortezza, ma un colpo austriaco uccise il tenente Alasia e ferì 15 garibaldini. Scrisse Francesco Cortella: "Il 17 luglio – martedì (…) Ore 2 pomeridiane un Tenente d’artiglieria di anni 32 piemontese nell’atto che approntava un cannone sullo stradone al buco di Lorina, venne preso da una palla di cannone austriaco nello stomaco, che lo divise in due pezzi, restando ferito un sergente cannoniere più 15 garibaldini".

Nel pomeriggio gli austriaci esposero bandiera bianca e chiesero di cedere la fortezza partendo con gli onori militari e conducendo con sé tutto ciò che si trovava nel forte. Garibaldi non accettò e fece continuare il cannoneggiamento. Il cannone di Monte Croce rimbombò tutta la notte. Nel pomeriggio del giorno 18 gli austriaci esposero nuovamente bandiera bianca e avanzarono le stesse richieste del giorno precedente. Garibaldi rifiutò ancora, volendo anche loro prigionieri. Sono interessanti al riguardo le osservazioni di Riccardo Gasperi: "Di queste ripetute richieste di resa non trovo menzione in nessuna delle fonti che ho sott’occhio; ma d’altra parte, il Cortella – quantunque curioso, come quasi tutti i diaristi, di cose secondarie – dimostra d’essere persona onesta, e non distolta, dalla sua simpatia verso Garibaldi e i volontari, dal tacere ciò che trova loro a discutibile vanto. Datagli, pertanto, fede e considerata l’estrema probabilità che il comandante Preu abbia chiesto la resa, (…) sembra a me che il rifiuto di Garibaldi sia stato un atto di orgoglio, suggeritogli probabilmente dai politici che gli stavano attorno; un atto che contrasta con la sua umanità e sta per riuscirgli molto pernicioso".

Alle 3 pomeridiane del 19 gli austriaci si arresero e si diedero prigionieri: " Il generale Haud e il colonnello La Porta con tutto lo Stato Maggiore e parte del 7° loro Reggimento con bandiere bianche incise sopra n. 7 si portano a ricevere il Forte e i prigionieri ritornando alle 6 e mezzo con 160 prigionieri, parte Cacciatori, parte Boemi e parte volontari Scrissari, quali vennero condotti nella Chiesa di S. Andrea ed i 4 prigionieri cioè primo Tenente Conte Crua e il Tenente Prain che conosco con altri 2 tenenti vennero collocati in mia casa raccomandandomi il Generale Haud di dare loro una buona stanza con buoni materassi come lui; a S. Andrea furono trattati con molto vitto i prigionieri ed i 4 ufficiali furono invitati al pranzo con il generale Haud e Colonnello La Porta dove stettero fino alle ore 12 di sera. Questi 4 ufficiali tenevano la spada. Nel Forte d’Ampola furono ritrovati 5 feriti e un morto, per cui di notte furono i feriti qui trasportati con il loro medico che li accompagnò fino a Storo, poscia il medico austriaco venne reso al suo corpo".

Il giorno successivo i prigionieri partirono per Brescia. Giovanni Rinaldi li vide passare per Darzo: "La mattina dopo colazione gli abbiamo veduti a passare per Darzo, avanti in timonella il Capitano con due Ufficiali indi i suoi duecento Cacciatori con dieci cannonieri tutti involti nei suoi mantelli, e melanconici come fossero in mano a barbari, ma invece erano ben trattati e chi gli esibiva zigari chi da bere, insomma furono fortunati: cherano esenti di prestare la pelle: e così circondati da Garibaldini ove furono condotti alla Rocca d’Anfo".

Il caffarese Bortolo Scalvini così racconta l’accoglienza dei prigionieri: "Garibaldi ordinò ai suoi soldati di menarli in Storo alla sua presenza, e così fu eseguito, senza nessun oltraggio furono presentati circa 150 prigionieri alla sua presenza il quale gli fece un bellissimo accoglimento facendogli dare da mangiare e da bere a suo conto anche gli ufficiali furono trattati magnificamente. Finalmente Garibaldi ordinò che si menassero alla sua presenza tutti questi prigionieri nella piazza di Storo ove c’era schierato un corpo di Garibaldini ad aspettarli, e Garibaldi alla presenza di tutti, comandò a quelli che dovevano scortarli a Brescia di non fargli nessun scherzo sconvenevole e di considerarli come fratelli e di soccorrerli lungo il viaggio e guai a quelli che li avessero maltrattati che gli sarebbe dato un severissimo castigo; così partirono per la volta di Brescia il quale anche i cittadini li accolsero con grande giubilo".

L’operazione "Forte d’Ampola" costò da parte garibaldina, 2 morti e 31 feriti; 1 morto, 25 feriti e 178 prigionieri da parte austriaca. Un contemporaneo cronista di Arco annota che le "orride gole" furono da Garibaldi "sforzate con miseranda perdita dei suoi". La resa rispose tuttavia a un saggio calcolo del comando austriaco il quale "credè meglio darsi prigioniero che restar vittima senza alcun vantaggio".

Tanti prigionieri le camice rosse non fecero neppure nelle battagli di Monte Suello, Condino e Cimego messe insieme. Tuttavia l’esperienza del Forte d’Ampola – un solo forte munito di due soli cannoni, la cui"resa" costò cinque giorni di accerchiamento con due giorni e mezzo di fuoco – non poteva tingere di rosa la prospettiva di vincere la resistenza dei tre forti di Lardaro, forniti, nell’insieme di venti bocche da fuoco.

Nell’accerchiamento del Forte furono impiegati circa 2.300 uomini, senza contare le compagnie che il 18 luglio, provenendo dalla Val di Vestino, scesero nella Valle di Ledro alle spalle dei difensori.

Nel Forte agli 11 artiglieri e ai 33 uomini di presidio, comandati dal tenente Preu, si era aggiunta il 15 luglio una compagnia di cacciatori, costrettivi dalle operazioni di accerchiamento dei garibaldini, portando così a circa 200 il numero dei difensori.

A determinare la resa di Preu fu soprattutto quello che la letteratura garibaldina definì "lo stratagemma del Blenio". Ce lo narra Giuseppe Cesare Abba: "Il fortino d’Ampola era investito, bombardato, ma non cedeva: Si sapeva che il Generale l’avrebbe voluto per avere il passo libero il 20. Il Blenio si stizzì. Perché il fortino non doveva obbedire? Di roccia in roccia e solo, discese di là dal forte, s’appiattò sulla strada a venti passi da quello e aspettò. Si vedeva dalle alture una chiazza rossa laggiù, che non si capiva cosa fosse, ed era lui. Uscivano, quei del forte di quando in quando due tre, forse a respirare, forse a bere l’acqua della cascatella che si vedeva laggiù come la coda di un cavallo bianco. Un tratto che ne uscì un solo, quella chiazza rossa balzò sopra lui che si fermò; gli si avvicinò rapida, gli si mise a lato, entrarono insieme nel forte; e pochi minuti di poi sventolò sovr’esso la bandiera bianca. Un grido di gioia la salutò da tutta la cerchia dei monti; tacquero i cannoni di Monte Croce, corsero presto i parlamentari, e giù giù file di nostri da ogni sentiero al fortino, dove si seppe che il Blenio aveva tanto osato da parere un folle al Comandante: il quale credendo di avere chi sa qual nerbo di nemici anche alle spalle, e trovandosi nelle casematte dei morti e dei feriti parecchi, per le granate che vi erano entrate, alla intimidazione del Blenio, apparsogli improvviso a quel modo e in quel luogo, s’era arreso".

Le cronache dei giornali

La vicenda del Forte d’Ampola del luglio del ’66 trova molte e diffuse ripercussioni sulla stampa quotidiana dell’epoca. Gli articoli non recano mai la firma dell’autore e sono pubblicati con ritardo rispetto al momento temporale in cui si verificò il fatto. In essi trovano risalto, per il nostro caso, soprattutto due aspetti: la descrizione della resa e le facili previsioni di vittoria che la caduta del Forte ha dischiuso ai garibaldini. Mi limito a riportare per intero due cronache che sono, in questo senso, assai esemplari.

Sul numero di lunedì 23 luglio la Gazzetta del Popolo riportava il seguente articolo scritto a Storo il 19 luglio:

"Storo (Tirolo), 19 luglio – Ci scrivono:Non m’ingannava annunziandovi imminente la resa del forte d’Ampola. Questa mattina dopo un terribile cannoneggiamento il comandante del forte offriva di arrendersi cogli onori di guerra. Garibaldi rifiutò e il fuoco continuò più terribile ancora sotto la direzione dell’egregio maggiore Dogliotti, il quale spiegò in questa impresa vera capacità.Alle ore due il comandante di Ampola modificò la sua proposta. Si sarebbe reso depositando le armi, ma a patto di aver libero il passo. Garibaldi rifiutò ancora. (Li voglio a discrezione) disse il Generale, e così fu. Si scambiarono ancora alcuni colpi, e i nostri erano tanto aggiustati che la polveriera del forte minacciando scoppiare, fu necessità aprire le porte incondizionatamente. Infatti alle 3 pomeridiane un parlamentario usciva da Ampola, e pochi istanti dopo un battaglione di garibaldini ne pigliava possesso. Vi trovammo 165 austriaci così detti ma quasi tutti nativi del Tirolo italiano. Erano abbondantemente forniti di viveri e di munizioni e Ampola per la sua costruzione (una specie di mamelon) e per la sua posizione topografica poteva ancora lungamente resistere.Sembra che la tema che il nostro fuoco potesse incendiare la polveriera e ancora più la tema di un assalto alla baionetta che i garibaldini invocavano da due giorni ad alte grida abbia deciso i soldati a far pressione sugli ufficiali e quindi ad arrendersi.Uscirono in mezzo ai nostri e mostravansi lieti: strinsero la mano ai garibaldini e alcuni gridavano viva l’Italia. Il comandante ci chiese con premura come volgessero le sorti delle armi austriache in Germania, e appena conobbe la battaglia di Sadowa si mise a piangere come un fanciullo.-So che un ufficiale trentino, certo Colzi, era dei più ostinati a rifiutare la resa. I prigionieri giunsero in Storo. Furono ricevuti degnamente in mezzo al silenzio di una immensità di garibaldini. Alloggiarono nella chiesa di Sant’Andrea, e domani volgeranno verso Brescia.Ecco finalmente schiusa la strada. Ecco finalmente cannoni austriaci caduti in potere degli italiani; ecco una bandiera giallo-nera strappata all’aborrito nemico. Questa bandiera fu inviata subito a Firenze accompagnata da un ufficiale e in tutta solennità. Queste imprese si debbono ancora una volta ai garibaldini.Domani o dopo proseguiremo verso Riva. Ormai la strada è libera fino a Lardaro ed i nostri reggimenti avanzano occupando tutte le alture.Oggi fu dunque giornata di festa e di festa italiana, suonano le trombe, evviva d’ogni parte. Ed io finisco pure col grido Viva l’Italia" .

Il quotidiano Il Sole pubblica il 23 luglio due articoli sui fatti dell’Ampola. Sono ambedue datati 20 luglio e scritti a Storo. Il primo racconta concisamente l’episodio della resa descrivendo la gioia che si diffuse subito in paese.

Il secondo è più lungo e minuzioso. Si sofferma sulle operazioni di accerchiamento, sulla morte del tenente Alasia al Bus de Lorina e sul comportamento degli austriaci all’atto della resa:

"Storo, 20 luglioMi trovo a Storo da questa mattina ed ho la fortuna di assistere alla resa del forte d’Ampola che vi descrivo…Avanti ieri, alli 21, 2 di mattina, l’artiglieria nostra, la quale aveva posto sopra le alture attorno al forte, quasi siccome miracolo, 6 pezzi da artiglieria, stati colà portati a spalla d’uomini, valentemente diretti e comandati dal cav. Maggiore Dogliotti, incominciò a mitragliare il forte con quella precisione che noi tutti conosciamo; ogni bomba faceva una breccia ed in meno di 35 ore le mura solidissime dell’Ampola erano quasi diroccate. Intanto il corpo dei garibaldini s’avanzava da tutti i punti circostanti ed aveva attorniato il forte su tutte le alture in guisa che non rimaneva tanto per parte dei nostri come per gli austriaci nessuna via di salvamento: o vincere o morire: non c’era che cedere o rimanere sul campo.Avvenne in questo spazio di tempo il doloroso fatto che tolse la vita ad uno dei nostri valorosi soldati, tenente d’artiglieria signor Alasia, ed al caporale suo dipendente. Questo bravo ufficiale disse, scherzando coi suoi vicini: scommetto un pacco di sigari che al terzo sparo io stendo l’asta della bandiera austriaca sul forte – così fece – punta: la prima palla passa sopra la cima, punta ancora, e l’asta è spaccata in due, la bandiera cade; rimaneva un tronco d’asta alto un metro. Oh! Voglio atterrare anche quello, esclamò il prode ufficiale, punta la terza volta ed il tronco scompare; ma in quel fatale istante arriva una mitragliata sul fianco sinistro del pezzo, che coglie il tenente Alasia all’anca sinistra ed al fianco, ed un frantume spicca il capo al caporale; ambedue rimasero cadaveri.Ieri mattina per tempo gli austriaci si avvedono che il forte non può più resistere, giacchè da qualunque parte scorgono una compagnia di garibaldini a 150 m. di distanza alle spalle, pronti a profittare della breccia ed invaderli alla baionetta. Allora succede uno scompiglio assoluto, immediatamente decidono di arrendersi ed innalzano la bandiera bianca. Questa però essendo elevata in sito coperto da un muro dal lato ove il bravo maggiore d’artiglieria dirigeva la batteria, non serve a farla resistere del cannoneggiare, del che, avvedutisi, deposero le armi, e saliti quanti rimanevano sui rimanenti muri, con alla testa due tenenti, di cui uno portante la bandiera bianca, arrivarono farsi intendere e l’ultima palla, un momento prima spiccata, colpì un soldato fra essi e fu l’ultima vittima che segnò col suo sangue questa strenua difesa. La forza del forte si riduceva a 200 uomini circa con 4 ufficiali ed un sergente d’artiglieria, cannoni e munizioni da guerra per 30 giorni.Essi si resero a discrezione ed in questo momento i soldato sono qui ricoverati, mentre i 4 ufficiali dopo d’esser stati ricevuti dal generale Garibaldi, con quella generosa cortesia che lo distingue in guerra, furono inviati a Brescia in particolar condotta".

L’euforia delle camicie rosse seguita alla presa del Forte d’Ampola è efficacemente descritta dal garibaldino Raffaele Villari addetto al quartier generale di Garibaldi a Storo:

"Dopo un lungo cannoneggiare, il giorno 19, il forte si arrende senza condizioni, perché le nostre granate hanno perito sei artiglieri. Il settimo reggimento l’occupa immediatamente. I volontari che in questo blocco hanno dovuto incontrare le supreme necessità della vita, intrecciano una danza sui rottami della fortezza al festivo suono della fanfara. Essi però non s’inebriano della vittoria, come non si prostrano nella sventura.Abbiamo duecento prigionieri; la strada rotabile è nostra e possiamo trasportare quanti pezzi grossi vogliamo…Io mi trovo assiso accanto al Comandante della Fortezza, il quale assieme ad altri tre ufficiali austriaci pranzeranno alla mia tavola. Sono fieri e marziali, benché vinti, pure nei loro occhi si legge la minaccia. I loro pugni posano sull’else delle sciabole che hanno perduto il taglio. Le loro uniformi a colore di latte sono pulitissime e le loro teste abbastanza profumate, come se venissero da una festa da ballo. La qual cosa mi ha lasciato una viva impressione!".

L’entusiasmo e l’euforia durarono ben poco: Furono prima smorzati dalle gravi perdite della battaglia di Bezzecca del 21 luglio, dalla quale i garibaldini usciranno con 121 morti e dispersi, 451 feriti e 1.070 prigionieri. Le perdite austriache furono solo un ottavo. Mutarono poi in arrabbiata delusione quando - il 9 agosto – Garibaldi ricevette l’ordine di sgomberare il Tirolo.

Ridiscendendo l’Ampola che avevano ritenuto essere la chiave del Tirolo, superata la quale tutto sarebbe stato agevole, sostano a dissetarsi alla cascata del Forte e la guerra del ’66 appare loro come una grande, triste ed inutile commedia.

Gianni Poletti

(Pubblicato sul Bollettino del Comune di Storo anno VII – n. 2 Aprile 1987)

Ulteriori informazioni su https://it.wikipedia.org/wiki/Assedio_del_Forte_d%27Ampola

Immagini storiche del Forte d'Ampola

Notizie sul forte tratte dal sito World War:fortificazioni

  • La fortezza d'Ampola, nota anche come Forte Glisenti o Gligenti, è stata costruita nel 1848 dagli austriaci nella Val d'Ampola.
    La Val d'Ampola è una stretta valle d’origine glaciale che collega Storo con la Val di Ledro. La costruzione consisteva in un blockhaus di pietra, a prova di bomba, con due cannoniere e una caserma difensiva d’eguale fattura. La strada passava tra i due edifici attraverso le due porte del cortile murato.

Mercoledì, 02 Luglio 2014 - Ultima modifica: Giovedì, 16 Luglio 2015

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